Val d'Orcia, poesia di luce

Val d'Orcia, the poetry of light
19/07/2018 - 16:00

 

Quando i miei figli erano piccoli, facevo un gioco con loro. Gli davo un rametto ciascuno e dicevo loro di spezzarlo. Non era certo un'impresa difficile. Poi gli davo un mazzetto e dicevo di provare con quello. Ovviamente non ci riuscivano. Quel mazzetto – gli dicevo – quello è la famiglia”.ù
(Alvin Straight, dal film ‘Una Storia Vera’ di David Lynch)

La prima volta che ho percorso la Val d’Orcia, in un viaggio che avrebbe dovuto semplicemente essere di piacere, ho percepito istintivamente, senza alcuna mediazione razionale, un richiamo imprevisto ed ancestrale. Come se voci recondite parlassero direttamente alle mie corde portandomi un senso di grande pienezza emotiva. Per la terza volta nella mia vita, dopo il Campo della Pelota di Chichen Itza nello Yucatan e le montagne della Grande Guerra, l’Ortigara nell’Altopiano di Asiago, un coro assordante, soprannaturale e fantasmagorico, mi accompagnava sulla strada tracciata in mia sorte.
Così qualche anno dopo, un po’ come Alvin Straight nel film ‘Una Storia Vera” - che attraversò le distese agricole sconfinate della provincia americana con il suo trattorino rasaerba per far visita al fratello malato - ho sentito irresistibile il desiderio di partire per ritrovare quel senso di unione e comunione che solo una famiglia, appunto, può dare. Anche se poi ho viaggiato in una comodissima Jeep!
Come sempre capita, quando c’è la volontà si trova anche il modo: la mia professione di editore e giornalista. “Vorrei investire in una rivista in Toscana”, mi aveva detto Nick Ferrand (si veda il servizio di copertina alle pag. 8-13), guardandomi dritto negli occhi con un pragmatismo anglosassone da manuale.
Un proposito preso sul serio tanto che, qualche tempo dopo, mi sono trasferito con la famiglia iniziando a lavorare a questa nuova edizione di “Valley Life” dedicata a Siena, alla Valdorcia ed all’Amiata.
E questa mia riflessione di oggi sta a significare come ogni vera ‘rivoluzione’, collettiva o personale, non sia altro che un ‘ritorno’, all’inizio ed alle origini, che ben poco a fare con le ‘magnifiche sorti e progressive’ ma piuttosto con un viaggio a ritroso, simbolico ed esoterico, dentro sé stessi, verso Atlantide e la sua Età dell’Oro.
Così poco dopo la nascita della mia prima figlia, Angelica, ho desiderato per lei questa valle - talmente mi rappresenta per gli aspetti profondamente rurali e, di converso, per l’apertura universale al mondo. Poiché possa crescere, se vorrà, in questa epifania di chiaroscuri che è la Val d’Orcia, e non di meno la vita.
Provate adesso (e se lo hanno mietuto tutto, accontentatevi di un fascio d’erba verde!) a prendere un mazzetto di grano. E provate a romperlo con le mani.

Ascolto Consigliato: “Something just like this”, The Coldplay

 

 

 

 

When my children were small, I played a game with them. I gave them a twig each and told them to break it. It was certainly not a difficult task. Then I gave them a bunch of twigs and said try to break that. Obviously they couldn’t. That bunch of twigs – I told them – that’s the family.”
(Alvin Straight , from the film A True Story by David Lynch)

The first time I travelled to the Val d’Orcia, on a journey that should simply have been a pleasure jaunt, I instinctively perceived, without any rational explanation, an unexpected and ancestral call. As if recondite voices directly vibrated my heart-strings bringing me a sense of great emotional fullness. For the third time in my life, after the Court of Chichen Itza in Yucatan and the mountains of the Great War, the Ortigara of the Asiago plateau, a deafening, supernatural and phantasmagorical chorus  accompanied me on a path traced on my destiny.
So a few years later, a bit like Alvin Straight in the film A True Story – who crossed the boundless agricultural expanses of the American hinterland on his lawnmower to visit his sick brother – I felt an irresistible desire to leave to find that sense of union and communion that only a family can give. Even if I then travelled in a very comfortable 4x4!
As always happens, when there is the will there is also the way: in this case my profession as editor and journalist. “I would love to invest in a magazine in Tuscany”, Nick Ferrand told me (see the cover article on pages 8-13), looking me straight in the eyes with his by-the-book Anglo-Saxon pragmatism.
A purpose taken seriously enough that, some time later, I moved with my family to start work on this new edition of Valley Life for Siena, Amiata and the Val d’Orcia.
And this reflection of mine today says that every real ‘revolution’, collective or personal, is nothing more than a return to the beginning and to origins, which has little to do with ‘great and adventuresome fate’ but rather with a backward-facing symbolic and esoteric journey, within oneself, towards Atlantis and its Golden Age .
So, shortly after the birth of my first daughter, Angelica, I wanted this valley for her – with its deeply rural aspects and, conversely, its universal opening to the world. Because she can grow, if she wants, in this epiphany of chiaroscuro that is the Val d’Orcia, and her life will not be the less for it.
Try now (and if they have reaped it all, settle for a bundle of green grass!) to take a bunch of wheat. And try to break it with your hands.

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