I nemici della libertà

The enemies of freedom
13/03/2017 - 15:00

Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri”...
Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America (1830)

L’eguaglianza ha aumentato la nostra libertà?
L’antinomia tra libertà ed eguaglianza è una vetusta annosa questione. Per la prima volta, dopo la nascita degli Stati Moderni e la caduta dell’aristocrazia dell’ancien regime, il francese di nobiltà normanna Alexis de Tocqueville ne parlò con grande chiarezza e consapevolezza, anche grazie al celebre studio sulla democrazia americana, unica, secondo l’autore, ad avere gli anticorpi del dispotismo democratico. Un insegnamento valido, oggi più che mai, se traslato nella democrazia italiana che sembra soffocata dall’abbraccio mortale di burocrazia e centralismo.
Ma cosa intende Tocqueville per dispotismo democratico? Egli allude proprio a quella dittatura della maggioranza, che a colpi di legittimazione parlamentare, rende assoluto - e quindi dispotico - il potere del governo centrale. Una sorta di dispotismo addolcito dalla convalida democratica. Ma per questo non meno pericoloso.
Come rilevato nel suo viaggio,  in America vi sono strumenti di controllo in grado di neutralizzare il potere incontrastato dell’amministrazione centrale: dal federalismo capillare – che egli definisce “democrazia di prossimità” per la vicinanza del popolo al potere decisionale ed ai suoi rappresentanti – al fervente associazionismo che costituisce un formidabile contrappeso in termini di opinione ed influenza pubblica.
La mancanza di questi istituti e meccanismi di controllo è un vecchio difetto delle novelle democrazie europee, specie di quelle continentali, il cui endemico centralismo burocratico è accompagnato da un tessuto associativo inconsistente e scarsamente autorevole.
Nell’Italia di oggi si assiste ad una lontananza ormai incolmabile del cittadino dai suoi rappresentanti in Parlamento; soffriamo di un radicamento burocratico elefantiaco della cosa pubblica; la libera attività associativa è modesta, folcloristica quando non deviata (si pensi al capitolo nero di mafia e massoneria).Potremo mai uscire dalla paralisi della nostra democrazia rappresentativa?

Ascolto consigliato. “Freedom”, George Michael

 

“It may happen that an excessive taste for material possessions leads men to put themselves in the hands of the first master who presents himself. In fact, in the life of every democratic people, there comes a very dangerous step. When the taste for material well-being grows more rapidly than the habit of civilization and freedom, there comes a time when men are swept away and almost lose their heads at the sight of the goods that are available to them. Concerned only with making their fortune, they fail to grasp the close link between the welfare of each and the prosperity of all. In such cases, you will not even have to tear from them the rights they enjoy: they will give them away themselves voluntarily”...

 

Alexis de Tocqueville, Democracy in America (1830)

 

Has equality increased our freedom?

The antinomy between freedom and equality is an age-old question. For the first time, after the birth of modern states and the fall of the aristocratic ancien regime, the French noble from Normandy Alexis de Tocqueville spoke of this with great clarity and awareness, in his famous study of American democracy, a republic which was unique, according to the author, in having antibodies against democratic despotism. A valid teaching, more than ever, if transposed to an Italian democracy that seems stifled in the deadly embrace of bureaucracy and centralism.

But what did De Tocqueville mean by democratic despotism? He alludes to the dictatorship of the majority, which legitimised by parliaments becomes absolute – and therefore making the power of the central government despotic. A kind of despotism tempered by democratic validation. But for this none the less dangerous.

As noted in his journey, in America there are tools of control that can neutralize the unchallenged power of the central administration: from the capillary federalism – which he called “grassroots democracy” from its proximity to the decision-making power of the people and its representatives – to the fervent associationism that constitutes a formidable counterweight in terms of public opinion and influence.

The lack of these institutions and control mechanisms is an old fault indeed in the history of the newer European democracies, especially the continental ones, whose endemic bureaucratic centralism goes, unfortunately, hand in hand with a poor network of citizen associations..

In today’s Italy we can discern an unbridgeable distance between the citizen and their parliamentary representatives; we suffer from a bloated bureaucratic organisation of public services; free associationism is rather modest, merely folkloric when not actually suborned (think of the dark chapter of the Mafia and Freemasonry).

Will we ever escape the paralysis in our representative democracy?

 

Recommended listening. Freedom, George Michael